NEL SEGNO DELLA FRATERNITA’
di Maria Luisa Tuscano - Coordinatrice
Oblati di San Martino delle Scale | |
Un bastoncino d’incenso, una spiga di grano ed il versetto “Nulla anteponendo al Tuo Amore” sono stati i simboli scelti dai nostri fratelli di Catania come ricordo del ventennale della nascita della Famiglia Oblata nel Monastero di San Benedetto. Simboli che ci sono stati offerti come segno di fraternità in questa lieta ricorrenza.
Una domenica di gioia che abbiamo condiviso, oblati secolari di Catania, Modica, Nicolosi, Palermo e San Martino delle Scale, accolti con affetto dalla Madre Priora e da Alfredo La Malfa, coordinatore degli oblati catanesi, nella prestigiosa cornice di via dei Crociferi.
Riflessione e Preghiera hanno scandito i diversi momenti della giornata. Riflessione come risonanza del caloroso benvenuto di Madre Giovanna Caracciolo e dell’edotta relazione del Padre Abate di San Martino delle Scale, Dom Salvatore Leonarda. Riflessione come propedeutica all’ascolto della Parola durante la Santa Liturgia Eucaristica, celebrata nella luminosa Chiesa di San Benedetto e resa ancor più soave dalla melodiosa preghiera delle Suore.
La compresenza delle diverse Famiglie oblate siciliane ha rappresentato una testimonianza di coralità che sottintende il desiderio di dialogo sempre più allargato secondo lo spirito Cristiano vissuto attraverso la Regola di San Benedetto.
Esiste, infatti, una diffusa volontà di partecipazione delle diverse esperienze spirituali sortite in seno ai vari gruppi, in un momento in cui l’esigenza di un’operativa testimonianza sposa quella di una continua ricerca di perfezionamento interiore nell’Amore di Cristo.
Due obiettivi che, nel pomeriggio, sono stati, peraltro, discussi da Angela Fiorillo, Coordinatrice Nazionale degli Oblati, affiancata dall’oblata del Direttivo, Anna Brunelli, per un breve resoconto del Congresso Internazionale.
Un’ulteriore riflessione ci è stata proposta in modo insolito e come dono gentile da Suor Cecilia La Mela, durante la squisita agape nell’antico Refettorio del Monastero, attraverso la lettura di un’ideale ed esclusiva “intervista” a San Benedetto: un modo lieto per evidenziare il ruolo dell’umiltà nel percorso formativo di ogni oblato benedettino.
Un grazie al Signore per questa giornata segnata dalla Fraternità e a tutti Coloro che ne hanno reso possibile l’organizzazione ed il sereno svolgimento
UIOGD | |
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Il benvenuto della Madre Priora,
Madre Giovanna Caracciolo,
agli Oblati di Sicilia convenuti
nel Monastero di San Benedetto. | |
E’ con il cuore colmo di gioia e di commozione che do il benvenuto al Rev.mo Padre Abate di San Martino delle Scale Dom Salvatore Leonarda, al carissimo Don Michele Giuffrida, nostro oblato, alla carissima prof.ssa Angela Fiorillo, coordinatrice nazionale degli oblati benedettini italiani, a tutti gli oblati di S.Martino delle Scale, di San Paolino, di Modica, di Nicolosi e, si capisce, ai carissimi oblati di Catania, spero di non aver dimenticato nessuno e se ho dimenticato, chiedo scusa. Tutti avete accolto prontamente il nostro invito, grazie! In questo momento mi faccio portavoce dei sentimenti degli oblati del nostro monastero di Catania, per ringraziare insieme il Signore delle innumerevoli grazie elargiteci in questi 20 anni trascorsi insieme.
Era il 16 novembre 1986, quando si ebbe il primo incontro con il nascituro gruppo degli oblati secolari: ricordo l’entusiasmo e i progetti che ci animavano e, se guardo indietro, davvero posso dire che di strada se ne è fatta parecchio, per grazia di Dio.
Oggi ci troviamo qui riuniti per commemorare non soltanto il ventennale, ma ancor più per vivere, nel clima della comunione, quella fraternità che dà tanta gloria a Dio. Davvero com’è bello e gioioso che i fratelli vivano insieme!.
Celebrare un anniversario è fare il punto, operare una verifica, è fermarsi un attimino per valorizzare ancor di più il dono che ci è stato fatto, è riprendere nuovo slancio e rinnovare con crescente fedeltà il proprio “sì” alla vocazione che ci è stata affidata, al compito che abbiamo scelto di realizzare. Sì, perché essere oblato secolare è vivere in una condizione di risposta, è permettere al Signore di servire la Chiesa e i fratelli attraverso la nostra personale e generosa collaborazione.
L’oblato vive la sua vita cristiana come “offerta”, rendendosi strumento della Parola di Dio, mediante il prolungato ascolto di Lui nella preghiera, lasciandosi trasformare dalla partecipazione all’Eucaristia e vivendo l’impegno di lavoro e le proprie responsabilità in famiglia in quella dimensione contemplativa che è stupore per la grandezza di Dio. L’oblato è una persona attiva, fattiva, è un cristiano che vive la dimensione della propria laicità come segno vivo di una ecclesialità sempre giovane, coerente, impegnata, aperta alle sfide dell’oggi.
Bisogna accogliere sempre con entusiasmo l’invito che S.Benedetto ci rivolge nel Prologo:
E poiché tra la folla degli uomini il Signore cerca il suo operaio, di nuovo dice: Chi è l’uomo che vuole la vita e brama di vedere giorni felici? Che se tu all’udirlo rispondi: “Io”, così Dio soggiunge: Se vuoi possedere la vera ed eterna vita, frena la tua lingua dal male, e le tue labbra non proferiscano inganno; allontanati dal male e fa’ il bene, cerca la pace e seguila. E quando avrete fatto ciò, gli occhi miei saranno su di voi, e le mie orecchie saranno pronte alle vostre suppliche, e prima ancora che mi invochiate, vi dirò: “ Ecco son qui”.
Bella l’immagine che Papa Benedetto XVI, proprio il giorno della sua elezione, ha lanciato come programma incisivo a tutta la Chiesa: essere un umile operaio nella vigna del Signore: Questo è il cristiano, questo deve essere, a maggior ragione, l’oblato.
Il mio augurio per voi e per noi è quello di vivere il messaggio che ci dà il Profeta Daniele nella lettura della messa di oggi in questo ultimo scorcio dell’anno liturgico:
I saggi risplenderanno come lo splendore del firmamento, coloro che avranno indotto molti alla giustizia risplenderanno come le stelle per sempre.
Si’, carissimi oblati, siate voi, con la vostra vita, stelle luminose nel cammino di tutti quelli che vi incontrano. Siate sorriso, parola accogliente, gesto solidale annunciate a tutti la verità eterna del messaggio cristiano tratto dal Vangelo di oggi. Dice infatti Gesù: Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno. A tutti auguro una giornata di grazia e che ciascuno possa ritornare a casa sua con una gioia tutta particolare, quella di aver sperimentato, ancora una volta, la paternità di Dio che si riflette dal volto di Cristo in quello di tutti i fratelli e sorelle che il suo amore ci ha donato. Grazie! | |
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Conferenza di
dom Salvatore Leonarda,
Abate di San Martino delle Scale | |
GESU’ CRISTO ORANTE
La preghiera silenziosa e solitaria del Signore
Quando gli apostoli sulle pendici del Monte degli Ulivi, di fronte a Gerusalemme, chiesero a Gesù, che avevano visto in preghiera, “Signore, insegnaci a pregare” non rivolgevano una qualsiasi domanda al loro Maestro, ma esprimevano un profondo bisogno del cuore umano.
“…l’uomo ha bisogno di Dio; ha bisogno di pregarLo, di trovare in Lui questa sicurezza, che solo dalla Sua concomitante bontà ci può venire. Occorre pregare per vivere” (Paolo VI).
L’attività di pregare è un atto di tutta la persona che, avendo sete d’infinito, si dirige verso un Assoluto come realtà presente e potente. Questa realtà richiede, in una certa misura, di distaccarsi dalle cose ordinarie e quotidiane, e, al tempo stesso, provoca un’apertura al dialogo verso l’Altro. La preghiera dell’Antico Testamento raggiunge una forma altissima di dialogo. E’ Dio che parla all’uomo e questi risponde: “Parla, o Signore, il tuo servo ti ascolta”. Nel Nuovo Testamento Gesù è la risposta alle attese di Dio e alle attese degli uomini. La prima preghiera che Gesù pronuncia contiene già la sua totale, definitiva ed irrevocabile risposta alla chiamata del Padre. “Entrando nel mondo, Cristo dice: Sacrificio e oblazione non hai voluto; un corpo invece mi hai preparato. Olocausti e sacrifici per il peccato non hai gradito. Allora io dissi:: “Ecco che vengo – poiché nel rotolo del libro è scritto di me – per compiere, o Dio la tua volontà”. La preghiera di Gesù è perciò al tempo stesso comunione con il Padre e salvezza per il mondo.
La lettura dei Vangeli ci mostra Gesù uomo di preghiera nel suo ambiente e in mezzo al suo popolo, rispettoso dei tempi e delle forme della preghiera israelita, non senza, però, indizi che rivelano la possibilità di dare aspetti e contenuti nuovi agli schemi consueti. Lo spettacolo di Gesù orante suscita nella mente del fedele soprattutto la domanda: come pregava l’Uomo-Dio? E nel formulare tale domanda, il cristiano è animato istintivamente dalla speranza di penetrare nel santuario della vita personale di Gesù. In Israele le festività religiose erano soprattutto tempi di particolare preghiera: così nella festa settimanale del sabato e nelle “feste di pellegrinaggio”, Pasqua, Pentecoste e Capanne. La partecipazione di Gesù a queste feste del suo popolo e alla relativa preghiera è documentata. Anche la vita quotidiana era ritmata dalla preghiera ed la preghiera prima del pasto era obbligatoria per tutti gli ebrei. La preghiera di benedizione pronunciata da Gesù prima di moltiplicare i pani rientra in questo uso; la caratteristica “benedizione” di Cristo fu quella che permise ai discepoli di Emmaus di riconoscere il Maestro in fractione panis (Lc 24,35).
Un dato comune ai Vangeli è che Gesù preferiva pregare da solo, in una solitudine espressamente cercata e inaccessibile, e di questa preghiera non si conosce mai né la forma né il contenuto. La Sua preghiera solitaria sottolineò i momenti più drammatici e misteriosi dell’avventura del regno di Dio:
- Gesù si ritira sulla montagna solitaria a pregare, quando si verifica la cosiddetta crisi di Galilea e le folle stanno per far precipitare gli eventi offrendo a Cristo la corona di Palestina
- Gesù “salì sulla montagna per pregare e vi trascorse la notte in preghiera” quando, quasi con un atto creatore, “fece” i dodici
- Da solo prega Gesù quando Pietro per rivelazione del Padre celeste professa solennemente in nome dei Dodici la fede in Gesù Messia, Figlio del Dio vivente e da solo Gesù prega pochi giorni dopo, mentre si trasfigura sul monte dove la sua gloria irraggia, prima che sul Calvario si addensi la tenebra.
Sono momenti in cui Gesù adempie in solitudine, senza che gli altri se ne rendano conto, la volontà più nascosta e più urgente di Dio, quando viene decisa la sorte presente e futura del mondo che egli è venuto a salvare, del regno di Dio che è venuto a fondare. Pregando in “luoghi deserti” Gesù diede ai suoi futuri testimoni la possibilità di trasmettere solamente una parte minima dei suoi colloqui con Dio. Ciò nonostante, il materiale a nostra disposizione rimane sostanzioso.
Oltre il Padre nostro, che è preghiera nostra e non del Cristo, gli evangelisti trasmettono complessivamente dodici volte preghiere personali di Gesù: la “preghiera di giubilo” , la preghiera del Getsemani, la cosiddetta “preghiera sacerdotale” e le preghiere dette sulla croce. L’elemento comune esistente in tutte queste preghiere dal contenuto vario e dette in contesti diversi è che “tutte sono indirizzate direttamente ed esplicitamente al Padre”. Questo fatto porta a ritenere che l’invocazione al “Padre” è una nota distintiva della preghiera di Gesù. Egli esprimeva, mentre pregava, il mistero di un rapporto particolare a Dio: egli è “figlio” e Dio è “Padre”. Un esame illuminato dei testi evangelici interessati permetterà di affermare che Gesù si rivolgeva al Padre in un modo che gli è proprio, come prerogativa personale ed esclusiva:
“E diceva: Abba, Padre, tutto è possibile a te. Allontana da me questo calice. Però non quello che io voglio, ma quello che vuoi tu” (Mc 14,36)
Unico fra gli evangelisti, Marco trasmette una preghiera di Gesù in cui la solita invocazione al Padre è riferita con il vocabolo aramaico Abbà. E’ un fatto che si preannuncia significativo. Marco, infatti, indirizzò il suo Vangelo alla comunità cristiana di Roma, composta prevalentemente da elementi etnici, cioè non ebraici; se trascrisse, quindi, il vocabolo aramaico Abbà, ciò significa che egli vide in esso una testimonianza specifica riguardo alla preghiera di Gesù, un messaggio non trascurabile atto ad introdurre in qualche modo il credente nel mistero del Cristo orante. Ma nel trasmettere un tale vocabolo oltrepassa i limiti di una testimonianza letterale, raggiungendo la dignità di un vero e proprio insegnamento religioso. E’ la parola caratteristica del Figlio unigenito, che solo conosce i segreti paterni. Adoperandola, Gesù manifesta la propria coscienza che aveva della sua Filiazione divina, del suo rapporto esclusivo a Dio, del legame di natura che lo unisce al Padre.
Il cristiano
Pregando, il cristiano esprime il mistero che lo costituisce figlio di Dio, perciò, la sua preghiera non può essere compresa senza un riferimento diretto alla persona e alla preghiera del Cristo Gesù.
Ma la teologia della Chiesa ci insegna che la prerogativa di Cristo, dopo la morte e risurrezione del Salvatore e, dopo la discesa dello Spirito, divenne la prerogativa di tutti coloro che in Cristo e per mezzo dello Spirito sono stati costituiti figli di Dio. Anche il cristiano, come Cristo stesso ha il potere e il diritto di chiamare il Padre celeste: Abbà. Non solo abbiamo la certezza di essere fratelli” del Cristo, e “figli” del Padre, ma siamo pure capaci di rivolgerci al Padre comune con sentimenti analoghi a quelli che animavano la preghiera personale del Figlio unigenito mentre viveva sulla terra degli uomini.
Luca insiste tanto sulla preghiera di Gesù, perché pensa alla preghiera dei discepoli. Il vangelo di Luca comincia con la scena di Zaccaria nel tempio e termina con quella degli apostoli riuniti nel tempio a lodare Dio. Quattro esempi di preghiera: Magnificat, Benedictus, Gloria degli angeli, Nunc Dimittis di Simeone.
Luca riporta anche diversi insegnamenti di Gesù sulla preghiera ed il suo vangelo può essere considerato un piccolo catechismo su questo punto. Altre due parabole, quella della vedova e quella del fariseo e del pubblicano, spiegano ulteriormente come deve pregare il discepolo; la conclusione dell’ultimo discorso pubblico di Gesù riguarda la preghiera e nell’orto degli Ulivi egli rivolge ancora agli apostoli un insistente invito a pregare.
“Chiedete e risarà dato, cercate e troverete, bussate e risarà aperto” : Gesù afferma che Dio esaudisce infallibilmente la preghiera, proprio perché Dio è un amico e un padre che non può restare sordo davanti alle domande dei suoi amici e dei suoi figli. Dio esaudisce le invocazioni che gli vengono rivolte con fiducia. Gesù quindi sottolinea che bisogna pregare con fiducia, ma sottolinea pure la povertà e la essenzialità della preghiera. Fra le tante cose che il discepolo può domandare a Dio, la migliore, quella indispensabile è lo Spirito Santo: questo è il dono che il Padre elargisce infallibilmente:
“Se dunque voi, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro celeste darà lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono” (Lc 11,18).
(Sintesi operata dall’oblata Maria Luisa Tuscano) | |
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| In occasione dell’incontro di fraternità degli oblati secolari benedettini di Sicilia, svoltosi a Catania il 19 novembre 2006, durante l’agape fraterna nel refettorio del monastero di San Benedetto, è stato fatto lo scherzo di un finto articolo pubblicato su Avvenire e letto da una monaca mentre veniva consumato il pranzo di festa. Molti hanno capito che si trattava di una simpatica burla, altri invece, ritenendo l’intervista al Fondatore un artificio letterario, lo hanno preso per vero. Ma lo scherzo ha avuto un seguito. Un oblato di Modica ha telefonato in monastero l’indomani per informarsi in quale numero di Avvenire fosse stato pubblicato l’articolo, dal momento che ne aveva fatto ricerca in edicola ma senza trovarlo…Svelato l’ “inganno” è stato lo stesso oblato, ridendo di cuore, a proporre (questa volta!) una reale diffusione dello scritto “incriminato”….e così, ricordando il gentile invito degli oblati di San Martino delle Scale ad accettare l’ospitalità di uno spazio nel loro sito, si è pensato addirittura di immetterlo in rete…dalla fiction alla virtualità! Non c’è male, davvero, questa simpatica idea, frutto e segno di una bella intesa che il Signore ha permesso si cementasse ancor più tra gli oblati di Sicilia! | |
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Dal (finto) quotidiano Avvenire. Nell’antico monastero San Benedetto di Catania, incastonato tra le monumentali e barocche chiese di via Crociferi, non per nulla definita il salotto della città etnea e dichiarata dall’UNESCO patrimonio dell’umanità, in un’atmosfera di suggestiva bellezza artistica e avvolta da quell’aura di antichità che dà un tocco tutto speciale, si sta svolgendo oggi, 19 novembre 2006, l’incontro di fraternità tra gli oblati secolari di Sicilia rappresentati significativamente dai gruppi di Catania, San Martino delle Scale, Palermo, Modica e Nicolosi. A rendere ancora più solenne l’incontro è la presenza del Rev.mo Padre Abate di San Martino delle Scale, Dom Salvatore Leonarda, e della coordinatrice nazionale degli oblati secolari italiani, prof.ssa Angela Fiorillo. L’occasione dell’incontro è stata motivata dal ventesimo anniversario della nascita del gruppo degli oblati secolari di Catania, ma soprattutto dal desiderio di conoscersi meglio e cementare ancor più la comunione con gli altri gruppi di oblati presenti in Sicilia. I giorni di preparazione sono stati ferventi e densi di una grande carica emotiva non soltanto per gli oblati catanesi, ma anche per la Madre Priora, Madre Giovanna Caracciolo, e della sua comunità. Ed ecco che l’atteso giorno è arrivato, rallegrato da un sole novembrino davvero splendente e da quella gioia domenicale che scaturisce dalla Pasqua del Signore.
Per l’occasione, la nostra redazione, ha contattato e intervistato un personaggio d’eccezione, San Benedetto da Norcia.
Domanda: Gli oblati di Sicilia sono oggi riuniti a Catania. Cosa vorrebbe dire loro?
Risposta: Vorrei far sapere loro che sono tanto felice di questo incontro fraterno e che di certo sapranno trarne un incentivo maggiore per il loro già meritevole impegno di laici che vogliono vivere in modo ancor più radicale il loro battesimo.
D: Qual è, secondo lei, la ricetta vincente per il mondo di oggi?
R: Scendere le scale!
D: Scendere le scale? Mi scusi non capisco.
R: Sì, scendere le scale! Vede, gli uomini e le donne di oggi sono troppo indaffarati e preferiscono prendere l’ascensore per salire fino ai piani alti di palazzi vertiginosi. C’è il piano del successo, quello della carriera, quello del prestigio, quello dell’apparenza….Oggi bisogna fare audience per essere qualcuno. E invece per salire bisogna scendere. E così c’è una scala tutta speciale in cui ogni gradino porta sempre più vicino al cuore di Dio. È la scala dell’umiltà: c’è il piano della rinuncia di sé, il piano del sacrificio, il piano della solidarietà, il piano di quella perfetta carità che scaccia il timore.
D: Ma allora che senso ha affannarsi per arrivare ai primi posti?
R: Solo chi sa far spazio agli altri, solo chi gioisce per il successo altrui, solo chi sa rispettare e valorizzare la persona per quello che è e non per quello che ha, costui è libero da ogni vanità e vive la gioia nel segno della pace, di un impegno fecondo che costruisce la vera umanità.
D: Concludendo: cosa c’entra tutto questo con gli oblati secolari?
R: Vede, gli oblati secolari sono dei laici che, affascinati dallo stile di vita dei monaci, hanno sentito la chiamata a testimoniare nell’ambito in cui vivono, in famiglia, nel lavoro, tra gli amici, il primato di Cristo, vivendo in modo sobrio, ricercando l’essenziale e obbedendo al Vangelo con il cuore dilatato. Oblato vuol dire donato, offerto, senza cercare altra ricompensa se non nel cuore di Dio, annunciando, con la sua condotta di vita semplice e gioiosa che, solo nulla anteponendo all’amore di Cristo è possibile trovare quella felicità piena e duratura cui tutti anelano, ma che purtroppo molti cercano in modo sbagliato. Essere oblato significa essere il sorriso di Dio tra la gente. Insomma l’oblato è uno che scende le scale!
Suor Cecilia La Mela |
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