 | | Riflessioni riguardo all’Opus Dei nella Regula Benedicti | | |  | Parlare dell’Opus Dei può essere un impresa complessa e lunga, per la sua ampiezza; anche solo guardare agli aspetti puramente teologici o esclusivamente spirituali risulterebbe estremamente arduo.
Mi limiterò, quindi, a riflettere su quanto Benedetto ci indica, riguardo alla Liturgia delle Ore; a questo scopo sono indicativi i cc. 8-20. 43. 47. 50-51 della Regola, ai quali rimandiamo.
In questi capitoli è ovvio che le intenzioni di Benedetto erano più pratiche che teologiche; dovremo allora evidenziare tra le righe alcuni aspetti suggeriti, per trarne le logiche conseguenze.
RITUALITA' E RITMO
Un primo aspetto, che si evince dalla Regola, è la precisione con cui Benedetto stabilisce l’Ordo della liturgia delle Ore.
Questa precisione ci dice molto sull’interesse, riguardo alla preghiera comunitaria, della Regola, essa, infatti, strutturata in modo da darle una sua solennità intrinseca; una solennità però, non data dalla ritualità, ma dal ritmo, infatti, la giornata viene fatta ruotare intorno ad un ritmo ottonario che ha un chiaro riferimento pasquale (RB 16,1. 3 "Sette volte al giorno ti ho lodato" … "Nel mezzo della notte mi alzavo per lodarti"); è questo ritmo che da solennità, mentre il rito è estremamente semplice e lineare.
Quanto detto si evince anche dall’importanza data alla fedeltà al ritmo, mentre la preghiera può essere abbreviata in caso di ritardi (RB 11,11-13 Quest'ordine dell'Ufficio vigiliare della domenica dev'essere mantenuto in ogni stagione, tanto d'estate che d'inverno, salvo il caso deprecabile in cui i monaci si alzassero più tardi, nella quale circostanza bisognerà abbreviare le lezioni e i responsori.), o di lontananza dal monastero; risulta così ovvia la prevalenza del ritmo sul rito.
La prevalenza del ritmo sul rito, può così essere esemplificata: la Regola non ha interesse all’occasionale solennizzazione formale di un evento liturgico particolare ma alla normale ed anonima (vedi umile) fedeltà alla propria vita.
CENTRALITA' STRUTTURANTE
L’Opus Dei ha, quindi, per Benedetto una centralità particolare, affermazione ovvia, ma che bisogna esplicitare per non cadere in ambiguità fuorvianti o in inutili assolutismi.
Benedetto stabilisce un ritmo ottonario, che informa tutta la giornata della comunità: come una casa ottagonale che si regge su otto pilastri; quindi il resto del tempo viene riempito dalle varie attività ed occupazioni, esattamente come le mura riempiono lo spazio tra le colonne. Così ogni attività della comunità e del monaco si regge, perché poggia tra due momenti di preghiera.
È, infatti, scorretto il procedimento inverso, cioè infilare la preghiera tra i vuoti lasciati dalle nostre attività (“quando abbiamo tempo”, “quando ci è più comodo”, “quando è più opportuno” etc.). in questo senso l’Opus Dei è centrale e strutturante.
Un pericolo da evitare è quello di relativizzare la preghiera per assolutizzare le attività, infatti, in una casa porte e finestre si ricavano dai muri e non dalle colonne.
PREGHIERA CONTINUA
Questa struttura costruita da Benedetto o da lui recepita, risponde ad una delle aspirazioni più antiche della comunità cristiana e dell’ideale monastico, quel “pregate incessantemente” che risuona dal Nuovo Testamento (Ef 6,18; cfr. anche Lc 21,36; 1Ts 5,17). Questo anelito alla preghiera incessante, anima tutta l’esperienza monastica di ogni tempo e trova in Benedetto questa soluzione.
RB 16,1-2 "Sette volte al giorno ti ho lodato", dice il profeta. Questo sacro numero di sette sarà adempiuto da noi, se assolveremo i doveri del nostro servizio alle Lodi, a Prima, a Terza, a Sesta, a Nona, a Vespro e Compieta,
Benedetto, allora, usa l’universo del simbolico, per strutturare la giornata della comunità in laus perennis. In questo modo rende la giornata della comunità Sacramento della Parusia. Dovremmo, quindi, avere il coraggio di leggere dietro il nostro incontrarci per pregare insieme un atto che manifesta, che rende presente, un mondo che è secondo il cuore di Dio.
EQUILIBRIO ED INCULTURAZIONE
Detto questo bisogna rilevare il profondo equilibrio che impregna le intenzioni di Benedetto. Né eccesso di preghiera, né eccesso di studio, di sonno, di lavoro; ma un profondo equilibrio che rispetta la corporeità e la debolezza dell’uomo.
Ogni cosa ha quindi un suo tempo, un suo spazio, ma senza mai permettere che il tempo venga dilapidato, sprecato.
A questo profondo equilibrio si aggiunge il rispetto delle diversità, delle necessità. Tutto ciò mostra, in Benedetto, il rispetto per l’uomo che Dio stesso ci mostra (RB 18,22-25).
ECCLESIALITA'
Un altro aspetto fondamentale, da rilevare nell’Opus Dei, è la sua prospettiva comunitaria, come si può vedere dalla disciplina sugli scomunicati, i quali vengono privati della comunione nella preghiera (non vengono benedetti) e della partecipazione attiva ad essa (non possono intonare salmi od antifone).
Questo esempio ci mostra che il vero orizzonte dell’Opus Dei è comunitaria e mai personale, essa è nostra perché è segno della nostra comunione e di nient’altro.
L’Opus Dei non è, e non può essere, manifestazione della pietas personale del singolo monaco, per questo c’è la preghiera personale, la preghiera comune non può concederci sconti, essa non ci appartiene mai completamente.
PREGHIERA COMUNE E PREGHIERA COMUNITARIA
Importante mi pare la distinzione chiara e netta tra la preghiera comunitaria e quella personale:
la prima è identificata dal suo ritmo, dalla sua ritualità, la seconda dall’iniziativa personale, e non ha regole;
la prima è breve e si limita al tempo assegnatole dal suo ritmo, la seconda è legata al bisogno personale;
la prima è definita dall’attenzione “Ut mens nostra concordet voci nostrae”; l’altra dallo Spirito “nisi forte affectu inspirationis divinae gratiae protendatur”;
cosicché la prima è frutto dello sforzo umano, la seconda è dono dello Spirito.
Nel parlare allora della preghiera comunitaria va sottolineato lo sforzo del singolo che cerca di concentrare la propria attenzione alla parola, per trasferire nella Parola la propria presenza e la propria quotidianità, in modo da versare il personale nel comunitario.
Se l’affermazione che l’una illumina l’altra, riferita ai due tipi di preghiera, è facilmente condivisibile, è però necessario evitare equivoci grossolani; l’affermazione deve intendersi nel senso che la preghiera comune dà alla preghiera personale l’abitudine (abitus), la continuità, e ne riceve in cambio concentrazione, profondità ed introspezione.
Ne deriva che una preghiera personale è tale, se resta ricca di quelle caratteristiche che Benedetto di indica, ma se essa diventa comunitaria, e conseguentemente si ritualizza, diventa per ciò stesso parte dell’Opus Dei, e non esime in alcun modo il monaco dalla preghiera personale, così come ci viene descritta dalla Regola.
IL LUOGO DEL CUORE
Un accenno va fatto al capitolo 20, dove il vocabolario (non in mutiloquio; in puritate cordis; compuctione lacrimarum) sembra fare riferimento alla preghiera monologica, tipica della spiritualità monastica antica, ed oggi ancora viva nel monachesimo orientale, si noti il riferimento al cuore e al dono delle lacrime.
Questo accostamento ci pare gravido di interessanti conseguenze, infatti, la tradizione monastica antica, a cui questo vocabolario fa riferimento, invita i monaci a spostare la preghiera dalla testa verso il cuore.
Allora è il cuore il vero luogo della preghiera, ma attenzione dire questo significa affermare la necessità di cercare di affinare “l’udito” interiore; non si può trovare il cuore nel frastuono e nella distrazione. Ricordiamo sempre che la parola d’ordine della spiritualità monastica è apatheia.
ALTERITA'
Una componente essenziale dell’Opus Dei è l’essere per altro, non per me, in realtà tutta la preghiera possiede questo riferimento all’Altro, o per meglio dire, all’infinitamente altro, ma la preghiera comunitaria ha una dimensione alterica più tangibile, perché l’infinitamente altro è tangibile nel comunitariamente altro. Mi pare che in questo senso vada letto il capitolo 43, Benedetto vuole infatti che il salmo invitatorio, accolga il fratello ritardatario, o meglio che egli venga accolto dalla preghiera della comunità.
Mi pare importante fare rilevare che se questa è una delicatezza nei confronti del ritardatario, d'altronde si riconosce che la debolezza del fratello è una ferita alla comunità, è un disconoscere il proprio posto in seno alla comunità, è un negarsi all’alterità della comunità e di conseguenza all’alterità infinita.
CORPOREITA'
Il problema della nostra corporeità nella preghiera è estremamente complesso da trattare, normalmente siamo tentati di esaltarla assolutamente, o negarla decisamente, in una contrapposizione tra formalismo e spiritualismo.
Il problema spesso si pone in termini scorretti: se cioè sia la nostra corporeità ad influenzare la nostra spiritualità o l’esatto contrario.
Credo che porre correttamente il problema, richieda il prendere coscienza della relazione molto personale che intercorre tra corporeità e affetto spirituale in ognuno di noi.
Bisogna, inoltre, porre il problema in maniera dinamica e mai statica, non si tratta cioè di trovare le giuste posizioni corporee, o quelle corrette, secondo questo o quell’uso, o che siano esteticamente edificanti, o che siano uniformanti. Si tratta invece di intraprendere un cammino personale di consapevolezza, per fare entrare in armonia spirito e corpo, in modo che entrambi si possano esprimere ed aiutare vicendevolmente.
In questo senso Benedetto è estremamente discreto, ed a parte il fare alzare in piedi la comunità nella menzione della trinità si guarda bene dal cadere in inutili formalismi.
Un buon suggerimento mi sembra quello di tentare di armonizzare la nostra oralità con la nostra corporeità partendo da quell’aspetto dinamico che è il respiro: questo è un modo per ottenere una maggiore concentrazione, cercandola nei ritmi propri del nostro corpo ed ad esso peculiari ed imprescindibili.
SILENZIO
Sembra strano parlare di silenzio per la preghiera comunitaria, dove è invece richiesto l’apporto della voce, eppure esso è un elemento indispensabile, senza il quale non si dà preghiera.
Si tratta ovviamente di silenzio interiore o per usare un immagine, di silenzio da se stesso.
Credo, infatti, che atteggiamenti di protagonismo a qualunque titolo, dal voler imporre la propria voce, alla ricerca di originalità liturgica, se e quando non sono rigorosamente a servizio e per edificazione della comunità, quando cioè sono finalizzati a rispondere al proprio bisogno di autostima ed autoaffermazione.
Questi sono, infatti, momenti di non silenzio, di non ascolto, di multiloquio (la spiritualità monastica antica riferisce questo termine alla tentazione demoniaca, sulla scorta di Mc 5,9: Gli domandò: «Qual è il tuo nome?». Gli rispose: «Legione è il mio nome, poiché siamo molti». e Lc 8,30: Gesù gli domandò: «Che nome hai?». Gli rispose: «Legione è il mio nome». Infatti molti demòni erano entrati in lui)
DONO DI SE E ABBANDONO
Il tema del silenzio va ovviamente completata, infatti, come non ci può essere Preghiera senza silenzio interiore (da se), a meno di non ingannare se stessi, così non ci può essere vero silenzio se non nell’orizzonte del dono di se, dell’abbandono nelle mani del Padre (Lc 22,42 «Padre, se vuoi, allontana da me questo calice. Però non sia fatta la mia, ma la tua volontà».).
La preghiera, cioè, è frutto di un cammino di generosità e ad essa conduce. Questo è, io credo, il motivo perché la preghiera cristiana, oltre ad avere una dimensione personale ne ha anche una comunitaria, e non ci è mai possibile separare l’una dall’altra.
don Mariano Colletti - monaco di San Martino | | |
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 |  | 1) La Campana degli smarriti
(Per una teologia ed una spiritualità del pellegrinaggio e del cenobio) |  | Don Anselmo Lipari
Priore di San Martino delle Scale
Edizione Abadir - 2006 |
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